Tutta la Comunità Scolastica è grata a PATRIZIA GARIFFO per aver aver scelto la sede del Liceo da lei frequentato per presentare il suo romanzo “Messi vicini per caso”.


Il saluto di Patrizia Gariffo agli Studenti e alle Studentesse del Liceo.

“Buongiorno a tutti e grazie per essere venuti. Tanti di voi li conosco, ma molti altri no e sono felice che abbiate voluto essere qua. Io, da sempre, sono stata più brava a scrivere che a parlare e ho coltivato questo talento un po’ per passione e un po’ per necessità. Così, oggi, quello che vorrei dirvi, l’ho scritto e lo leggerà mia sorella, Concetta… sarò breve, state tranquilli.
 
E parlare a dei ragazzi, attirare il loro interesse e la loro attenzione non è sempre facile. Allora mi sono detta “Io che cosa potrei dire a tutti questi ragazzi?” Io non ho messaggi da dare, perché non ho nulla da insegnare. Posso solo raccontare una parte della mia storia…ho promesso che sarei stata breve.

E, visto che sono stata invitata qua dalla Dirigente Scolastica e dagli altri Professori per presentare MESSI VICINI PER CASO, voglio raccontarvi proprio com’è nato questo libro. Come ho scritto più volte, il romanzo è nato veramente “per caso”, ma soprattutto in un momento in cui le cose non giravano al meglio, almeno così mi sembrava in quel periodo.
Avevo interrotto una collaborazione giornalistica con un sito internet ed ero arrivata seconda ad un concorso letterario…ma il secondo posto serve a poco, almeno nelle gare. Quindi, la mia avventura da “scrittrice” non ha avuto inizio da due momenti particolarmente entusiasmanti, ma ciò che è accaduto dopo mi ha dimostrato che questo non significa niente.

Da questo periodo, infatti, qualcosa era nata: una piccola storia, quella di Andrea e Stella, che all’inizio non si chiamavano neanche così. La loro storia, a poco a poco, si è arricchita di idee, di particolari, di altri protagonisti e così ho iniziato a scriverla. E nel giro di 6 mesi circa, da novembre a maggio, la vicenda di MESSI VICINI PER CASO ha avuto il suo epilogo. Ho trovato una casa editrice grazie ad internet, che, se usato bene, è uno strumento preziosissimo, ed il romanzo a giugno è stato pubblicato. E tutto quello che è accaduto dopo la pubblicazione in tanti lo conoscono già, grazie ai social e al passaparola, che hanno decretato …a quanto pare…un certo gradimento del mio libro.
Ho voluto raccontarvi tutto questo perché mi piacerebbe provare a trasmettere un messaggio positivo. Un messaggio che contrasta con una convinzione errata ma, purtroppo, sempre più radicata, secondo cui, per avere un posto al sole nella vita, è necessario avere per forza un background favorevole: una buona condizione sociale ed economica, un perfetto stato di salute, fare gli incontri giusti e l’elenco potrebbe continuare. Non è così e io, ma non solo io, ne sono la dimostrazione tangibile. Non è il destino a scegliere per noi, ma siamo noi, con impegno, fatica e sacrifici, a decidere come deve essere la nostra vita. Non è un percorso esente da sconfitte, perché quelle ci sono e spesso sono tante e dolorose, ma è una strada che si può e si deve seguire senza lasciarsi abbattere. E avere un posto al sole non significa essere ricchi e famosi, ma essere appagati e sereni, anche se sconosciuti.
Quello che vi auguro, quindi, è di non lasciarvi fuorviare dall’idea che solo quelli che hanno condizioni di vita positive possono fare qualcosa di bello e di buono, perché non è così. E, non meno importante, di non lasciarvi influenzare da chi crede che sia sempre tutto nero e che nulla potrà mai cambiare. Avere un passato ed un vissuto complicati, naturalmente, rende le cose più difficili, ma non è un limite. Insegna piuttosto a guardare la vita da un’altra prospettiva, ad aggirare gli ostacoli e a capire che si può andare avanti, comunque e nonostante tutto. Per questa consapevolezza, che si acquisisce nel tempo, devo ringraziare la mia famiglia di origine, che non si è mai arresa e, nei pochi momenti in cui l’ho fatto io, mi ha dato la “scossa”, anche con durezza, affinchè andassi avanti, Massimo, mio cognato, e i miei nipotini, Luca, Aida e Viola. Ringrazio anche i miei amici, i miei compagni e i miei insegnanti, che mi hanno dato tanto, molto di più di quello che loro credono.
E concludo prendendo in prestito le parole dell’astrofisico Stephen Hawking, uno con cui il destino non è stato di certo clemente, che una volta ha detto: “per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece dei vostri piedi”. E questo è quello che dovremmo fare tutti e spero lo facciate pure voi, perché è il regalo più grande che potrete farvi. Grazie a tutti: a voi che mi avete ascoltato, spero senza avervi annoiato, alla Dirigente Scolastica Natalia Scalisi, alla mia Professoressa Marcianti e ai Professori Rogato, Di Rosa e Campo per questa bellissima mattinata”.

La presentazione dell’autrice da parte della sua insegnante, prof.ssa Benedetta Marcianti .

Credo che la cornice migliore per presentare il romanzo di Patrizia sia proprio questa, l’aula magna di questo liceo, animata da tanti ragazzi, alunni, ex alunni, amici nell’ambito della settimana della cultura. E la mia emozione è alle stelle perché l’autrice di questo romanzo è stata alunna del liceo classico e mia alunna negli ultimi tre anni di liceo, anche se non in questa sede ma nell’edificio di S. Maria che ora ospita gli alunni dell’ist., prof., per l’agricoltura. Certo, cara Patrizia, lo ricorderai bene, l’edificio che ci ospitava era un prefabbricato con i soffitti in polistirolo che rischiavano di caderci in testa, l’aula magna era stata ricavata dall’unione di due aule normali; agli inizi degli anni 90 non c’era aula informatica ma solo un glorioso laboratorio di scienze e fisica che conservava tanti  cimeli, non c’era palestra ma solo un campetto adiacente alla scuola; c’era una ricca biblioteca un po’ sacrificata perché per alcuni anni ha ospitato la classe di Patrizia, dal momento che non c’erano aule al piano terra e mancava l’ascensore, solo alla fine del quinto anno e precisamente il primo giorno degli scritti dell’esame di maturità, P. è salita al primo piano della scuola, in aula magna con l’ascensore. Certo qualche battaglia con le istituzioni l’abbiamo fatta ed in primis la mamma ma anche se in ritardo qualcosa l’abbiamo ottenuta. Di quell’esame ricordo tutto: ero la commissaria interna ed eravamo abbinati a due sezioni di un liceo di Palermo: fra i 75 candidati solo il tema di Patrizia è stato segnalato al ministero come il migliore e non è stato certo un caso. A distanza di anni ho in mente solo alcuni passaggi di quel compito frutto di quella mano che scivolava con un’armonia tutta sua sul foglio bianco! Già allora c’era la scrittrice che sarebbe diventata. Prima però di parlare più dettagliatamente del romanzo, proprio perché sono presenti gli studenti, vorrei darvi dei cenni sull’esperienza scolastica di Patrizia, chiamiamola pure operazione nostalgia ma anche la nostalgia è un sentimento da non sottovalutare. Tengo a sottolineare che la scuola le ha dato tanto ma sicuramente meno di quanto abbia ricevuto da lei. C’è una parola che oggi è di moda citare nei rapporti di ogni tipo: l’integrazione. La nostra scuola è stata antesignana in ciò. Colgo l’occasione per ringraziare il dott. Dino Paternostro che quando ha letto una sorta di lettera aperta che io ho indirizzato a P. su F.B., contenente all’incirca le cose che vi ho detto, l’ha pubblicata su Città Nuove con un titolo bellissimo: al liceo di Corleone, l’integrazione viene attuata prima che teorizzata. In effetti P. non ha mai dovuto integrarsi con nessuno, non ha mai goduto di un privilegio: i suoi compagni e tutti gli alunni della scuola hanno avuto sempre un rapporto paritario con lei che già allora era una leader. Da rappresentante di classe partecipava a tutte le riunioni senza peli sulla lingua e senza sconti per nessuno. In quella lettera aperta ho parlato anche dei compagni che la portavano ovunque, proprio perché le barriere architettoniche non ci hanno mai fermato: andavamo con P. alle rappresentazioni  classiche di Siracusa, ai viaggi di istruzione in Italia e all’estero. Anche fuori dall’Italia si incontravano alunni disabili in gita ma viaggiavano su pullman separati dagli altri. P. ha viaggiato sempre con i suoi compagni anche se accompagnata dai genitori che l’accudivano solo di notte. Quindi capirete quanto io sia orgogliosa di trovarmi qui stamattina a presentarvi e ad invitare soprattutto i giovani a leggere il libro di P. che è arrivato alla quinta ristampa, che ha ricevuto fior di recensioni ed ha partecipato alla fiera internazionale del libro di Francoforte. Se può servire da stimolo a qualcuno di voi, vi dico che ha fatto tutto da sola: ha contattato da sola pure l’editore e questo è il risultato: un romanzo garbato, dalla scrittura lineare e semplice anche se sostanziata di grande cultura. Solo i protagonisti sono messi vicini per caso, ogni parola, ogni scelta lessicale, ogni costrutto non è lì per caso ma frutto di grande abilità di scrittore, che ha saputo affinare nel corso degli anni di studio, perché P. dopo la maturità classica conseguita con 60/60 si è laureata in lettere classiche con 110 e lode. “Un romanzo coraggioso e commovente che si costruisce pezzo per pezzo” qualcuno l’ha definito, con continui rimandi al passato senza  perdere mai le fila del discorso. I protagonisti, due giovani con problemi di famiglia entrambi, anche se di natura diversa, trovano, dopo anni di delusioni, ognuno per conto proprio, la forza di raccogliere i pezzi della loro vita e ripartire o di partire materialmente per Milano come quella mattina di fine luglio, salendo sul primo treno. Lei fugge da una madre egoista ed insensibile, lui va in cerca del padre naturale. Dopo un frettoloso approccio sul treno, si ritrovano in città ancora per caso ed è come se un filo invisibile cominci a legarli indissolubilmente, alla ricerca della propria identità, per diventare alla fine della vicenda l’uno il completamento dell’altro. Camminano uno accanto all’altro come se si conoscessero da sempre e non da una sola giornata; non c’era un motivo razionale ma si fidavano l’uno dell’altro. Lei non poteva lasciarlo solo, perché sarebbe rimasta da sola pure lei: in fondo due “numeri  primi”  destinati alla solitudine si ritrovano per completarsi a vicenda. Ed intanto intorno a loro scorrono altre vite, altre storie che portano il lettore da una città all’altra ma con naturalezza, senza voli pindarici, alla scoperta delle tante tessere che compongono il mosaico finale. Personalmente, ho letto il romanzo tutto d’un fiato, in un caldo pomeriggio dell’agosto scorso; il primo commento, e Patrizia lo sa perché glielo ho comunicato subito, è stato  “chiare, fresche e dolci acque” per la sensazione piacevole di freschezza, di leggerezza che mi ha trasmesso. Dopo qualche giorno ho avuto modo di incontrare Patrizia e siccome anche a me piace scrivere le ho chiesto, come credo vorreste fare pure voi, come si fa a scrivere un romanzo, ad ideare una vicenda, volevo in fondo carpirle qualche segreto.. e lei mi ha risposto molto candidamente così: “erano loro i personaggi che mi parlavano ed io ho dato loro la voce, erano dentro di me”. In quel momento ho capito la differenza, la distanza che intercorre tra chi come me ama scrivere per commentare qualche avvenimento, spinta da un’occasione esterna e lo scrittore. Con quella risposta praticamente Patrizia ha stroncato sul nascere le mie velleità artistico-letterarie. Scherzi a parte ed ora seriamente mi rivolgo ai giovani ribadendo tutta la mia fiducia nei loro confronti e nelle loro potenzialità: non siamo qui per adulare nessuno, né per auto compiacerci di nulla, il pensiero di P. è sicuramente rivolto a voi. Il nostro paese, di cui tutti siamo orgogliosi, ora più che mai, offre tanti esempi di  “quod imitere, quod vites”, di ciò che si deve imitare e di ciò che si deve evitare e P. è un esempio da imitare. Fate come lei, lasciatevi guidare dalla curiosità, dall’entusiasmo, dalla passione, non mollate, siate ostinati, perché in fondo vale la pena esserlo perché e qui non vorrei fare della retorica, come dice il titolo di un romanzo che ha proprio gli stessi anni di P. e di cui non ricordo più la trama ma che mi risuona spesso nelle orecchie come un refrain “la vita è bella nonostante”.
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